La scherma è comunicazione

a cura di Giancarlo Toràn

La scherma è comunicazione. Quante volte l’abbiamo sentito dire? Tante, immagino.

E quante volte ci sono stati spiegati il vocabolario, la grammatica e la sintassi di questo tipo di comunicazione?

Quanti paroloni inutili, mi direte… e invece la differenza fra una comunicazione rozza, imprecisa, che spesso viene fraintesa, e una comunicazione ricca, precisa e chiara, è proprio nella conoscenza e applicazione di quello che i suddetti paroloni sottintendono.

Proviamo quindi a rispondere alle seguenti domande:

  1. Cosa vogliamo ottenere?
  2. Da chi vogliamo ottenerlo?
  3. Con quale linguaggio (e le sue regole) possiamo comunicarlo?
  4. Cosa vogliamo comunicare?
  5. In quale contesto?

Le prime due domande hanno una risposta ovvia: parliamo di scherma, vogliamo vincere, e ci rivolgiamo in primo luogo al nostro avversario e poi all’arbitro, che ha un peso determinante nelle armi dotate di convenzione. Altra cosa è entrare nello specifico: voglio ottenere che l’altro mi consenta di entrare in misura, e me lo consenta quando voglio io, e lui non è pronto; voglio che l’avversario, in quel preciso istante, assuma una precisa posizione, e lanci una precisa azione (che ho scelto fra quelle per lui abituali, e gradite), per cui io ho pronta la contraria giusta.

Il linguaggio che possiamo e dobbiamo usare è quello del corpo e dell’arma che utilizziamo. Insieme agli atteggiamenti, ai movimenti, alle varie azioni schermistiche, e ai loro ritmi, abbiamo rinforzi che coinvolgono altri sensi, oltre alla vista, che è il principale: l’udito e il tatto. L’olfatto e il gusto li riserviamo alle cene e ai pranzi dei giorni di gara, che hanno lo scopo opposto: non vincere, ma socializzare…

Ma bando alle ciance, e andiamo al sodo. Siamo in pedana, di fronte ad un avversario di cui sappiamo poco, ma vorremmo saperne di più. In una normale conversazione, prima di entrare in argomento, ci sono per i bene educati i convenevoli. Sappiamo che per culture diverse i convenevoli potrebbero essere diversi, ma alla fine siamo tutti d’accordo sul risultato da ottenere.

I nostri convenevoli sono un primo approccio che mira a conoscere meglio l’altro, e nella scherma questo si chiama scandaglio.

Fatta la conoscenza, in tempi che per la scherma sono molto brevi, si stabilisce la strategia appropriata, che sfrutti i propri punti di forza e quelli di debolezza dell’avversario. Infine, dato che non possiamo attenderci dall’avversario che collabori con noi, si decidono le tattiche per mettersi nella miglior condizione per arrivare alla conclusione vincente. Nella scherma, questa fase si chiama traccheggio.

Qui si impone una considerazione: queste classificazioni, un tempo comuni per le tre armi della scherma olimpica, oggi sembrano poco o punto applicabili alla sciabola moderna. In realtà anche nell’arma bitagliente, come un tempo veniva chiamata, l’indagine e la preparazione in genere (scandaglio e traccheggio) esistono, ma sono ridotte al minimo indispensabile: appoggiandosi, lo scandaglio, soprattutto sulla memoria delle stoccate precedenti, e il traccheggio a movimenti rapidissimi nella fase di presa di decisione di azioni portate al limite della velocità e delle capacità fisiche. Anche gli esperti, per non parlare del pubblico, restano spesso in dubbio sull’attribuzione della priorità della stoccata, decisione affidata in modo determinante alla sensibilità dell’arbitro.

Nel fioretto e nella spada queste fasi sono ancora ben visibili, pur con l’accelerazione imposta dalle norme sulla non combattività. Negli esempi che seguono, ci riferiamo quindi a queste due armi, e in particolare alla spada, in cui è più facile notare queste fasi di preparazione.

Mentre noi prepariamo l’azione, quindi, l’avversario non si limita a lasciarci fare, e ad aspettare: ha una sua strategia, e le sue tattiche, studia e prepara a sua volta. Dobbiamo, perciò, mentre prepariamo la nostra azione, e lo controlliamo, leggere le sue intenzioni per vanificarle, o usarle a nostro vantaggio. Avremo perciò un traccheggio di contenimento, in questo ultimo caso, volto a confondere o a ritardare i programmi dell’altro; e un traccheggio di preparazione, per mettere in atto l’azione conclusiva programmata.

Scandaglio e traccheggio si servono abbondantemente delle cosiddette provocazioni. Cosa sono? Sostanzialmente delle simulazioni di azioni reali, offensive o difensive, quindi delle finte. Una finta ben eseguita provoca una reazione, che bisogna registrare, mettere in memoria. Dalla memoria poi pescheremo le reazioni registrate, e anche i colpi già portati a segno o subiti in precedenza, che ci aiuteranno a prevedere, con buona probabilità, il comportamento dell’altro, quando messo nella stessa situazione.

Perché se possiamo prevedere cosa farà l’altro, e quando lo farà, siamo già a metà dell’opera.

Ora però dobbiamo chiarire un punto molto importante: i tempi della scherma sono ridottissimi, al limite delle nostre capacità fisiologiche di reazione. Il tempo di reazione semplice per uno stimolo visivo è normalmente inferiore di poco ai due decimi di secondo. Se dobbiamo scegliere fra due risposte possibili a stimoli differenti, il tempo di reazione aumenta esponenzialmente, e nella scherma non possiamo permettercelo.

La fase di preparazione, quindi, che comprende scandaglio e traccheggio, deve essere come un imbuto, in cui confluiscono tutte le informazioni, e che ci porta a prevedere e ottenere, fra le tante, l’unica reazione che ci serve.

Ecco quindi che la ricchezza e chiarezza del linguaggio, di cui parlavamo prima, ci torna oltremodo utile.

Facciamo degli esempi, per rendere meno difficili le cose. E per renderle ancora più facili, mettiamo da parte un pezzo del problema, il più importante, che proveremo a spiegare più avanti: la battaglia preliminare per la misura. Purtroppo la nostra mente, per altri versi straordinaria ed unica, ha capacità limitate, e può digerire solo un pezzo alla volta di una realtà indivisa, che costituisce un flusso costante di cambiamenti e informazioni. E noi dobbiamo adeguarci, se vogliamo tentare di capire: prima digeriamo un pezzo alla volta, e poi rimettiamo insieme in un quadro unitario i pezzi digeriti, per la nostra personale rappresentazione della realtà. Ogni tanto, fa bene ricordarcelo.

Supponiamo, quindi, di aver inquadrato a sufficienza l’avversario nella fase di scandaglio, e di voler ottenere da lui, o da lei, una specifica reazione, fra quelle che predilige e abbiamo individuato.

Il nostro avversario, in questo esempio, è molto bravo e veloce nell’eseguire una battuta di seconda e un attacco al petto in frecciata, tutte le volte che ne ha l’occasione: e noi lo abbiamo capito, e vogliamo arrestarlo sopra, cavando in tempo. Abbiamo già detto che per semplificare sorvoleremo per ora sul fattore misura.

Vediamo ora cosa cercherà di fare, il nostro avversario, nella sua fase di traccheggio di preparazione. Se noi saremo così poco accorti da lasciare il ferro nella posizione utile per lui (ferro in avanti, con la punta più bassa della sua coccia), potrà decidere quando eseguire il suo colpo. Abbiamo detto che è la sua azione preferita: quindi è bravo, non concede segnali anticipatori, per cui sarà davvero difficile evitare la battuta.

Se mettiamo il ferro in posizioni differenti, ad esempio con la punta più in alto, il nostro avversario cercherà di disturbarlo, per farci cambiare posizione: con battute fastidiose, non seguite da colpi decisi; oppure con legamenti, ad esempio in terza, per indurci a svincolare, passando così sotto la sua coccia, ed esponendoci alla sua battuta di seconda. Sarà sempre lui, in questo caso, con la sua provocazione, a scegliere il momento adatto, se noi abbocchiamo all’amo.

Proviamo, perciò, a rendergli la vita difficile. Come avrete capito, la posizione e i movimenti del ferro sono parte importante del nostro linguaggio, della nostra comunicazione in pedana. Un linguaggio preciso può portarci a risultati migliori, più prevedibili. Così, mentre lui cerca di ottenere la posizione favorevole del nostro ferro, noi lo poniamo con precisione all’altezza della sua coccia, ma leggermente all’esterno, rendendogli difficile legare o battere con efficacia in terza o seconda.

A questo punto, saremo noi a provocarlo, a decidere quando fornirgli l’occasione per la sua battuta, portando il ferro nella posizione favorevole, ma prontissimi alla progettata cavazione in tempo. Sarà molto probabile che non se la lasci scappare, ma il vantaggio di tempo sarà il nostro, e anche le possibilità di riuscita.

Torniamo ora alla misura: come abbiamo detto, è forse il fattore più importante, che influisce anche sul tempo di esecuzione. Mentre “dialoghiamo” col nostro avversario, la misura un po’ più lunga gli impedirà di partire. Provocazioni sulla sua avanzata, ma col ferro in posizioni non attese, lo porteranno a fermarsi o ad arretrare (traccheggio di contenimento), permettendoci di recuperare spazio.

Vediamo quindi la sostanziale differenza fra i due tipi di traccheggio.

Il primo, quello di preparazione, si basa su finte chiare, e ripetute quanto basta, non necessariamente molto veloci, affinché l’altro capisca bene l’opportunità che gli si offre. E tuttavia non deve capire che lo stiamo attirando in trappola. Un invito troppo largo, ad esempio, o movimenti comunque esagerati, inducono a sospettare sulle reali intenzioni di chi lo esegue. Movimenti più naturali e calibrati possono essere invece interpretati più facilmente come errori involontari.

Il traccheggio di contenimento, al contrario, richiede finte rapide e sempre diverse, da cui l’avversario non possa con certezza capire le nostre vere intenzioni: e della sua incertezza sarà spesso possibile approfittare, perché la sua elaborazione sarà molto probabilmente rallentata dall’eccesso di informazioni.

Infine, dobbiamo anche dire del contesto, che incide fortemente sulle decisioni di entrambi. Il tempo disponibile deve essere amministrato per bene: niente fretta, se ce n’è tanto. C’è spazio per il ragionamento, per l’attesa se si è in vantaggio, o per preparare se bisogna recuperare. Se è poco, bisogna saper correre i rischi necessari, se in svantaggio, o saper ben utilizzare il traccheggio di contenimento, se in vantaggio. In questi casi il ritmo delle azioni può accelerare bruscamente, e bisogna essere preparati anche a questa eventualità.

In conclusione, è vero che la scherma è comunicazione, e che il linguaggio di questa comunicazione può e deve essere preciso. Come in altre forme di comunicazione, il linguaggio del corpo si somma a quello tecnico, ed è importante esserne consapevoli: sia per la precisione di quel che si vuol comunicare, sia per non lasciarsi sfuggire informazioni involontarie. E’ un campo in cui non si smette mai di imparare.

 

P.S.: Ho provato a far realizzare la copertina all’intelligenza artificiale (Copilot di Bing) con risultati a volte comici, a volte disperanti. Non ho fatto in tempo a chiederla, come altre volte, a Isabella Panzera: ma sono pronto a sostituirla, se vorrà aiutarmi. I miei tentativi di comunicare con l’AI sono stati infruttuosi direi fallimentari, almeno per le immagini. Colpa mia o colpa sua?

articoli correlati