Sigognac e Lampourde

a cura di Giancarlo Toràn

Metti caso che in un giorno di festa ti ritrovi in un mercatino dell’usato, davanti al bancone dei libri, tutti a un euro. E te ne torni tutto contento per averne spesi ben tre, e riempito la busta di plastica biodegradabile che forse non arriva fino a casa (ma c’è arrivata). Il bottino? Il Capitan Fracassa di Théophile Gautier, Ivanhoe rilegato insieme a Waverley, di Walter Scott e, vero responsabile dello stress della busta, lo spigoloso Armi e Armature della Dorling Kindersley. Finiranno tutti in museo, ma intanto non ho resistito alla tentazione di (ri)leggere subito Il Capitan Fracassa. Un tuffo nei ricordi di gioventù, a lungo nutrita a pane e romanzi di cappa e spada.

Questa rilettura di pagine che ovviamente sono rimaste immutate, mi ha fatto riflettere su quanto, invece, sono cambiato io e sono cambiati i tempi. Non so se oggi sarei capace di coinvolgere un giovane in una storia così romantica e ingenua, dove gli eroi superano sempre le difficoltà più ardue e il lietissimo fine è d’obbligo. Tutto si risolve per il meglio, i protagonisti superano di slancio le peggiori difficoltà, e… vissero per sempre felici e contenti.

Eppure, mi sono goduto ogni riga di questa avventura immortale, celebrata in decine di film ed edizioni. Pensateci: in tutto il romanzo, tra scontri, agguati e ribalderie assortite, gli unici a rimetterci la pelle sono il povero Matamoro, un attore morto di freddo, e il gatto Belzebù, che saluta questo mondo ripagando il padrone, facendogli scoprire il tesoro di famiglia.

Nella mia mente si sovrapponevano i ricordi della serie tv del 1958, con Arnoldo Foà ed Alberto Lupo. Quest’ultimo interpretava Giacomino Lampourde, un personaggio formidabile: un sicario prezzolato ma dotato di un incredibile senso dell’onore. Un ossimoro vivente. È straordinaria la scena in cui i due, combattendo, commentano i colpi dell’avversario con spirito e cortesia d’altri tempi, esibendo una perfezione tecnica da manuale. E Lampourde, sconfitto e graziato, non solo si mette a disposizione dell’uomo che avrebbe dovuto assassinare in un duello leale, ma torna persino dal mandante per restituirgli il compenso.

Qui potete rivedere, nella parte iniziale del quinto episodio della serie, l’interpretazione dei due grandi attori italiani:

https://www.raiplay.it/video/2018/11/Capitan-Fracassa—Puntata-5-acc0373e-2226-4d1d-b7b8-899ccf8c716b.html

Altri tempi, davvero. Perciò vi ripropongo qui le pagine di quel duello, tratte da “Il Capitan Fracassa” di Théophile Gautier. Editrice Girotondo, Varese (1966).

L’immagine di copertina è stata realizzata dall’AI di Gemini 3

Nera d’ira e rosso dall’odio, il duca si precipitò al suo palazzo sperando di avere buone notizie da Lampourde.

Costui se ne stava a capo del Ponte Nuovo, in attesa del passaggio di Sigognac: quello era un punto obbligato per il barone se voleva rientrare all’albergo.

Giacomino attendeva da più di un’ora, soffiandosi sulle dita per non averle intorpidite al momento opportuno, e battendo i piedi per riscaldarli. Faceva freddo, il sole tramontava al di là del Ponte Rosso, nelle nuvole sanguigne. Il crepuscolo cadeva rapidamente, e ormai i passanti si facevano rari.

Infine apparve Sigognac camminando in fretta, poiché l’agitava una vaga inquietudine nei riguardi d’Isabella, e si affrettava a rientrare in albergo.

Nella sua precipitazione, non vide Lompourde che, afferandogli il bordo del mantello, glielo tirò con un movimento così secco e così brusco, che i legacci si ruppero.

In un batter d’occhio Sigognac si trovò in semplice giubbetto. Senza tentar di togliere il suo mantello all’assalitore che giudicò di primo acchito un volgare ladro, sguainò, con la velocità d’un lampo, la spada e si pose in guardia. Da parte sua, Lampourde non era stato meno rapido a sfoderare la sua arma. Fu contento di questa scena rapida e disse:

– Ci divertiremo un pochino.

Le lame si incrociarono. Dopo qualche assaggio da una parte e dall’altra, Lampourde tentò una botta che fu prontamente ribattuta.

– Buona parata, – continuò, – questo giovanotto ha una scuola.

Sigognac legò con la sua spada il ferro dello spadaccino e gli menò una stoccata di fianco che fu parata con uno scarto del corpo, mentre Lampourde ammirava il colpo del suo avversario per lo stile perfettamente accademico.

– A voi, questa botta, – gridò, e la sua spada descrisse un cerchio fulminante, ma incontrò la spada di Sigognac che era già al suo posto.

Spiando uno spiraglio per entrarvi, le lame trattenute alla punta giravano una attorno all’altra, ora lente, ora rapide, con astuzie e con prudenza che dimostravano la forza dei duellanti.

– Salvatevi, signore, – disse Lampourde, non potendo contenere più a lungo la sua ammirazione per quella scherma così sicura, così serrata e così corretta.

– Al vostro servizio – rispose Sigognac, allungando una botta all’assalitore che la respinse con il pomo della spada.

– Magnifica stoccata, – disse Lampourde sempre più entusiasmato, – botta meravigliosa! Logicamente dovrei essere stato ucciso. Sono dalla parte del torto; la mia parata è una parata di fortuna, irregolare, selvaggia, buona tutt’al più per non essere infilzati in casi estremi. Arrossisco per averla usata di fronte a uno schermitore pari vostro.

Tutte queste parole erano mescolate da sfregamenti delle spade, di stoccate e di a fondo, di avanti e indietro, che aumentavano la stima di Lampourde per Sigognac. Lo spadaccino non apprezzava al mondo che la scherma, e regolava i suoi casi con le persone secondo la loro forza nei duelli. Sigognac prendeva ai suoi occhi proporzioni enormi.

– Sarebbe una indiscrezione, signore, domandarvi il nome del vostro maestro? Girolamo, Paraguantes o Costa d’acciaio sarebbero fieri d’un tale allievo

– Ho avuto per professore un umile soldato, un vecchio di nome Pietro, – rispose Sigognac, che si divertiva un mondo ascoltando quel chiacchierone – attento, parate questo colpo, è una delle sue botte favorite.

E il barone si buttò in a fondo.

– Diavolo! – gridò Lampourde indietreggiando di qualche passo, – ho corso il rischio d’essere trafitto; la punta è scivolata sotto il braccio. In pieno giorno mi avreste perforato, ma non avete ancora l’abitudine di duellare al crepuscolo o di notte dove si debbono avere gli occhi del gatto. Non importa! Il colpo era ben assestato, ben allungato, ben portato. Ora, state bene in guardia, non vi prendo a tradimento. Sto per menarvi la mia botta segreta, il risultato dei miei studi, il non plus ultra della mia scienza, l’elisir della mia vita. Sino ad ora questo colpo infallibile ha ucciso il suo uomo. Se voi lo parate, io ve lo insegno. È la mia sola eredità e io ve la lascerei; io porterei questa botta sublime nella mia tomba, del resto, poiché non ho ancora incontrato una persona capace di eseguirla, se non voi ammirabile giovanotto. Ma volete riposarvi un istante e riprendere fiato?

Dicendo ciò, Giacomino Lampourde abbassava la punta della sua spada. Sigognac fece altrettanto, e dopo qualche minuto il duello ricominciò.

Dopo qualche passo, Sigognac, che conosceva tutte le risorse della scherma, sentì, dalla cura particolare di Lampourde, che liberava la spada con rapidità fulminea, che la botta famosa stava per essere provata sul suo petto. In verità, lo spadaccino si abbassò improvvisamente come volesse cadere sul naso, e il barone non vide più davanti a sé l’avversario, ma un lampo sferzato in un soffio giunse così rapido al suo corpo, che ebbe appena il tempo di troncarlo con un semicerchio che spezzò netto la lama di Lampourde.

– Se voi non avete il resto della mia spada nel ventre, – disse Lampourde a Sigognac raddrizzandosi e agitando il troncone che gli era rimasto in mano, –  voi siete un grande uomo, un eroe, un dio!

– No, – rispose Sigognac, – non sono stato toccato, e se io volessi, potrei inchiodarvi al muro come un gufo; ma ciò ripugna alla mia generosità naturale, e d’altronde voi mi avete divertito con le vostre bizzarrie.

Barone, permettetemi d’essere d’ora innanzi vostro ammiratore, il vostro schiavo, il vostro cane. Mi avevano pagato per uccidervi. Volerò per rendere il denaro.

Raccattò il mantello di Sigognac, glielo rimise sulle spalle come un valletto di camera ufficiale, lo salutò profondamente e sparì.

 

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