Insegnare la scherma è un mestiere fatto di gesti, suggestioni e correzioni. È anche un mestiere fatto di parole. E di sudore, mal di schiena, stanchezza, dubbi, piccole e grandi soddisfazioni o delusioni. Legate, queste ultime, a essere o non essere riusciti a trasmettere competenza o entusiasmo.
Spesso, durante una lezione, mi chiedo se definire con precisione il significato di un termine sia solo sterile pignoleria o se, nel tempo, aiuti l’allievo a costruire una migliore comprensione e una maggiore efficacia.
È un dubbio con sfumature diverse: maggiore nei confronti dell’allievo principiante, che potrebbe sentirsi appesantito dal cumulo di nozioni teoriche; e minore nei confronti dell’aspirante istruttore o maestro, che di questi strumenti ha un bisogno di cui diviene più consapevole progredendo, col passare del tempo.
Probabilmente è una questione di equilibrio, e a volte – lo noto talvolta negli istruttori e maestri più giovani – il dialogo diviene un monologo: si parla a sé stessi, e insegnando si chiariscono le proprie idee, più che quelle dell’allievo.
Ma è proprio vero che le parole sono necessarie, e perché?
Forse per alcuni possono esserlo meno – penso ad esempio ai dislessici – ma per la maggior parte delle persone sono indispensabili. Mi riferisco alla quantità di parole che conosciamo, e che ci permettono di articolare i pensieri. Le parole sono simboli che definiscono, cioè costringono dentro confini precisi. Oppure suggeriscono, suggestionano, permettono di cogliere sfumature, di allargare la nostra visione delle cose.
Penso ad esempio ai termini specialistici delle varie discipline. Leggete la descrizione di un buon vino fatta da un esperto sommelier, e confrontatela con la vostra, se non siete esperti del ramo. Siamo ben lontani dal mi piace o non mi piace, dal buono o non buono del bevitore medio. Quelle parole permettono di confrontare e riconoscere vini diversi, e anche di apprezzarne meglio le caratteristiche: quando le conosco, e le so associare alle sensazioni corrispondenti, non solo posso comunicarle, migliora anche il mio gusto e il mio apprezzamento.
Nel campo delle attività motorie, una descrizione precisa dell’azione da compiere produce, nella mente di chi ascolta, uno schema motorio decisamente migliore.
Per molti la teoria è un peso, specialmente per il principiante. Al contrario, le parole sono necessarie per dare ordine al caos. Possiamo paragonare il linguaggio al codice di un programmatore: se il codice è approssimativo, il software non funzionerà correttamente. Nella scherma, un termine impreciso si traduce in un gesto tecnico vago.
Conoscere poche parole significa vedere la disciplina a bassa risoluzione. La precisione terminologica obbliga il sistema nervoso a distinguere le dinamiche esecutive.
Le mie esperienze con ragazzi non vedenti mi hanno dato conferme molto chiare in tal senso, e non mi riferisco solo alla scherma. Provate a trasmettere via web ad un cieco le istruzioni per piegare un modello origami, e vi renderete conto dell’importanza di istruzioni precise.
Con la scherma, le cose cambiano un po’, perché serve anche il contatto fisico, la mano che guida, per semplificare, e attenuare la fatica di trasmettere le istruzioni. Quindi, un linguaggio più approssimativo può essere corretto da un gesto che guida.
Questo vale ancor più nei confronti dello schermidore vedente: parole, guida, gesti formano un insieme complesso. Un deficit nel linguaggio può essere compensato da un atteggiamento sinceramente empatico, da gesti e contatti efficaci, come la mano sulla mano, un ferro ben dato, un cambiamento di postura o di ritmo.
Da qui il mio dubbio iniziale. Lo stile di insegnamento è individuale, ed è bene che sia così. Ogni persona ha le sue caratteristiche, come ogni allievo, e le differenze possono arricchire, ma anche impoverire.
Credo che le parole che usiamo siano essenziali per aprire la mente di chi impara, e anche di chi insegna. Usare le parole con precisione ci permette di approfondire un concetto, e poi precisare un atto motorio.

Prendiamo il caso della difesa. Dire semplicemente “parata” è riduttivo. Le parate tradizionali hanno tante possibili sfumature. Se ad esempio l’allievo impara a distinguere tra una parata di tasto e una parata di picco, cambia radicalmente la sua gestione tattica:
- La parata di tasto è una deviazione dolce, un contatto che permette di controllare un’eventuale risposta di filo mantenendo il controllo della lama avversaria.
- La parata di picco è un urto secco, un impatto che provoca il distacco immediato delle lame.
Senza questi due termini distinti, che possono essere ulteriormente precisati e affinati, l’allievo faticherà a modulare l’intensità del contatto e a scegliere la soluzione più adatta alla situazione.
Un altro esempio fra i tanti possibili è la cavazione. Tradizionalmente è il movimento che elude il ferro avversario per colpire. Viene definita, infatti, come un colpo, un’azione semplice, addirittura in un solo movimento (!). Ma se vogliamo evolvere, dobbiamo analizzarne la struttura.
Qui interviene il concetto di svincolo. Lo svincolo è l’azione di liberarsi dal legamento. Capire che la cavazione così definita è, in realtà, uno svincolo seguito da un colpo, apre nuove strade. Se l’allievo padroneggia il concetto di svincolo come unità autonoma, può decidere di farlo seguire non solo da un colpo, ma da una battuta o da un nuovo legamento dal lato opposto.

Poi, la cavazione può far parte di azioni note come finta dritta e cavazione, oppure cavazione in tempo, dove il legamento è assente: azioni diverse per motivi tattici ed esecutivi, ma accomunate dall’elemento iniziale che possiamo chiamare elusione della ricerca del ferro. E potremmo continuare con circolate, ricavazioni, controcavazioni, finte di cavazione, e così via. E con tutti gli altri termini della scherma che descrivono, definiscono, precisano, e talvolta creano confusione.
La quantità di parole che conosciamo, in conclusione, determina la quantità di sfumature che possiamo cogliere e utilizzare. Come un sommelier deve possedere i termini per descrivere oggettivamente un vino, lo schermidore deve saper nominare ciò che accade in pedana per poterlo governare.
Conoscerne le varianti e le sottili differenze dà la libertà di creare nuovi collegamenti e trovare soluzioni originali. In una disciplina di situazione come la scherma, avere un vocabolario tecnico articolato non è un mero esercizio teorico: è lo strumento che rende il tiratore più riflessivo e consapevole, e permette al tecnico di trovare nuove soluzioni a nuovi problemi, senza dover sempre inseguire le soluzioni degli altri, o attenersi rigidamente alle soluzioni del tempo che fu.
Vedete bene come il solo parlarne, e definirne le ragioni, possa aprire spiragli di comprensione e spunti per infinite variazioni. Conoscere le varianti, i sinonimi, le sfumature, ci dà la libertà di creare nuovi collegamenti, di trovare nuove soluzioni: di essere più creativi e fantasiosi, quindi meno prevedibili.
E nella scherma questo conta moltissimo.
scritto da Giancarlo Toràn
Immagini nel corpo dell’articolo tratte da “L’ECOLE DES ARMES” di Angelo Malevolti, 1763


