Come insegno la scherma

a cura di Giancarlo Toràn

Questo articolo, già pubblicato su Facebook a puntate nei mesi scorsi, è troppo lungo per un social, per cui lo divisi in undici parti. Ora, grazie a questo blog sul sito della Pro Patria, posso pubblicarlo per intero, in italiano, e presto anche in inglese, grazie alla traduzione di Lara Ortolani.

Ho lasciato inalterato l’incipit, perché il tutto nasceva dalla richiesta di Carlo, un ottimo allievo di qualche anno fa, e ripropongo inalterata anche la premessa che feci su Facebook, nel pubblicare la prima puntata.

Un paio d’anni fa, sollecitato da Carlo Pensa, uno dei primi allievi – guardate la foto – dopo il mio trasferimento dalla Nedo Nadi di Salerno alla Pro Patria di Busto Arsizio, gli scrissi le pagine che vi propongo, a partire da oggi. A partire, perché il testo è lunghetto, e i testi lunghi non vanno più di moda. A rate, passano meglio. Se poi vi sembrano indigeste, o prolisse, fatemelo sapere.

Carlo, ottimo sciabolatore, dava filo da torcere anche col fioretto e con la spada: oggi, non si usa più – troppe gare – ed è un peccato. Ogni arma dà il suo bel contributo alla formazione di uno schermidore completo, se è vero che “la scherma è una”.

Caro Carlo,

mi hai chiesto di mettere nero su bianco il mio modo di insegnare, raccontare come faccio a fare le cose che funzionano, e che io stesso a volte non so di fare, con persone così diverse fra loro. Mi spingi, in pratica, a fare un lavoro di introspezione, per mettere poi a disposizione di chi vuol leggere il risultato di questa esperienza di scavo.

Sfida accettata, e tuttavia un po’ anche temuta. Come mi vedo io, e come mi vedono gli altri (quali altri?): ne possono venir fuori descrizioni molto diverse. Sarà comunque un percorso stimolante, e credo anche gratificante, che farà il solletico al mio io. Cercherò di tenerlo a bada.

Incominciamo a sgombrare il campo, e a chiarire una cosa: anche se parlerò in qualche caso di tecniche, di metodi, io non ho un manuale d’uso: quando mi trovo davanti ad una persona – bambino o adulto, maschio o femmina, vedente o non vedente, e così via – che mi si rivolge perché vuole un consiglio, o che le insegni a fare alcunché, la prima cosa da fare, per me, è stare zitto. Zitto dentro, intendo. Devo ascoltare e ricevere quello che ha da dirmi, prima o invece di forzarlo attraverso le mie griglie interpretative… non so se mi spiego.

Se questo mi riesce, e spesso mi riesce, l’altro lo percepisce: sa che sto dando attenzione a lui/lei, si sente accolto, e sarà più bendisposto e fiducioso. In altre parole, prima di andare avanti bisogna costruire un rapporto che possa funzionare.

Un sorriso aiuta sempre, ma poi si dovrebbe tenerlo sullo sfondo: l’altro, bisogna prenderlo sul serio, e deve sentirlo. Devo capire presto se è lì perché lo vuole lui, perché lo vogliono solo i genitori, o magari se la sala di scherma è vicino a casa, e torna comodo parcheggiare lì il bambino. Una buona accoglienza, e un po’ di complicità, possono trasformare la svogliatezza, la timidezza, anche il timore, in entusiasmo.

Dunque, al primo posto mettiamo l’ascolto, l’empatia, il rispetto. È facile sentirsi superiori, al di sopra, di chi viene a chiederci un consiglio, o un insegnamento. Se però ci rendiamo conto della responsabilità che ci prendiamo verso quella persona, degli effetti che il nostro modo di rapportarci a lei, di influenzarla, può avere in positivo, ma anche in negativo, sulla sua vita, sarà più facile rispettarla, essere attenti, desiderosi di dare un aiuto effettivo.

Bisogna cercare di raggiungere un equilibrio difficile: perché il rapporto è bidirezionale, perché spesso coinvolge altre persone – i genitori, in particolare – e non è scritto da nessuna parte che le cose debbano andare per il meglio, e avere il lieto fine che desideriamo. Si fa il possibile, si commettono anche errori che possono essere pesanti, ma se l’intenzione resta positiva – il miglioramento dell’altro, secondo i suoi desideri, e non i nostri – non solo i nostri – beh, l’errore fa parte del gioco della vita, e dobbiamo accettarlo, e imparare dalla lezione che ci dà.

E poiché mi chiedi, oltre al racconto di mie esperienze, anche una specie di manuale d’uso, questo va detto subito: non puoi dare quel che non hai. E non si dà all’allievo solo quel che si ha, ma soprattutto quel che si è. Il miglioramento dell’altro, il possibile e mai certo successo dell’operazione, passa inesorabilmente dal miglioramento di sé. Un lavoro che non ha mai fine.

Quindi, se vuoi trasmettere calma, devi saper essere calmo quando occorre; se vuoi trasmettere fiducia e ottimismo, devi essere il primo a possederli e nutrirli. E se vuoi trasmettere tecnica, in fretta e bene, devi prima acquisirla, o almeno conoscerla e capirla.

Poi, e veniamo al punto che più ti interessa, devi comunicarla. Nel senso che quel che vuoi trasmettere deve arrivare a destinazione, e produrre il cambiamento desiderato. Dal cosa, si passa al come.

 

Comunicare

“Non si può non comunicare”, dice un noto assioma della comunicazione umana. Diamo informazioni anche quando non facciamo nulla. Anzi, a volte i silenzi dicono più delle parole. Purtroppo è meno conosciuto e utilizzato il modo di usarli consapevolmente, ed efficacemente. Ma andiamo con ordine.

Saltiamo per ora a piè pari la comunicazione scritta e quella telematica, che pure recentemente hanno avuto – e probabilmente avranno in futuro – un ruolo molto importante, anche per noi che insegniamo scherma: pensa solo a quanti messaggi mandiamo e riceviamo, e come il contenuto e la forma di quei messaggi può produrre effetti in chi li riceve.

Limitiamoci alla comunicazione diretta, oggi diciamo “in presenza”.

Il messaggio può essere di tipo verbale, paraverbale e non verbale, ed in genere ci si serve, in misura differente, di tutte queste modalità, contemporaneamente. Tendiamo a dare la massima importanza al contenuto esplicito del messaggio verbale, quando gli aspetti paraverbali (tono, volume, ritmo, pause…) e quelli non verbali (linguaggio del corpo) rappresentano certamente la parte più importante, dal punto di vista qualitativo e quantitativo. Per dare l’efficacia voluta a questa parte della comunicazione, la più significativa, bisogna essere consapevoli, il più possibile, di quello che trasmettiamo. E torniamo al punto dolente: non esistono metodi, manuali d’uso. Sono cose che si imparano, sì, con lo studio e l’esercizio, anche sui libri, ma non acquistano efficacia se non diventano parte di noi, della nostra natura. È un po’ come camminare, che facciamo ormai senza pensarci, ciascuno col suo stile, malgrado sia una cosa complicatissima: ci abbiamo messo anni per riuscire a stare in piedi e imparare…

Ora, mettiamoci di fronte al nostro allievo, e tentiamo di controllare tutti gli aspetti non verbali della nostra comunicazione: probabilmente se ne accorgerà, e non sembreremo sinceri. Se non abbiamo un vero interesse ed una vera disponibilità nei suoi confronti, il nostro intervento sarà meno efficace, o addirittura controproducente. Se invece questa disponibilità, interesse, rispetto, c’è, il corpo e la voce si adegueranno con naturalezza. Non si può fingere, dunque: prima o poi ci sgamano. Ma neanche gli altri possono farlo a lungo, e metterci nel sacco, se abbiamo affinato gli strumenti e la sensibilità per non farci imbrogliare.

Sai che sono meridionale, e mezzo napoletano: sono quindi avvantaggiato dalla gestualità appresa già nei primi anni di vita. Ma qualcosa in più l’ho imparata dai libri: se non altro, ad esserne consapevole. Altri, che lo sono meno, sono quasi un libro aperto per me: leggo abbastanza facilmente quel che c’è dietro le loro parole. Il linguaggio del corpo è rivelatore: nasconderlo è difficile, e prima o poi viene fuori la verità.

 

Il potere degli occhi, e del sorriso

Non solo non si può non comunicare: fortunatamente comunichiamo in modo ridondante. Si scambiano molte più informazioni di quelle necessarie, e per vari canali.

Per me è stata una fortuna. Come sai, stavo diventando sordo del tutto, e anche ora che ho sistemato la cosa con un bell’impianto cocleare, non è che le cose siano perfette, specie in ambienti rumorosi. Quando ero giovane, e gli effetti degenerativi si facevano già sentire, mi aiutavo leggendo le labbra. Questo mi portava a guardare con molta attenzione il mio interlocutore, che si sentiva accolto e lusingato da tanta considerazione.

Avrai notato che i giovani di oggi, ancor più di quelli di ieri, fanno fatica a guardarti negli occhi. Il loro sguardo è spesso basso e sfuggente. Perdono molto, in questo modo. Bisogna aiutarli a sollevare lo sguardo: non solo per vederti, ma per guardarti. Un sorriso è sempre di grande aiuto. Anche le caramelle: ne faccio grande uso. Una dolcezza simbolica e materiale…

Ci sono culture – non la nostra, per fortuna – in cui guardare negli occhi è considerato un comportamento aggressivo, di dominanza. L’atteggiamento del corpo aiuta ad attenuare questa sensazione. Gli occhi hanno anche un potere ipnotico: in certi momenti emotivamente carichi, uno sguardo intenso e diretto, accompagnato dal movimento assertivo della testa, può infondere determinazione e fiducia.

Ricorderai che ho lavorato un bel po’ anche sul dove e come guardare, durante un assalto di scherma. Da quello studio sono venute fuori interessanti applicazioni per la lezione, per l’importanza dell’attenzione coperta, per la sensibilità nel sentire la misura. Cose utilissime in assalto, come utile è stato insegnare ad alzare lo sguardo, nei momenti difficili: quando si è in crisi si tende a concentrarsi sulle sensazioni interne, e nel farlo si abbassa lo sguardo, perdendo il contatto con l’avversario. E perdendolo anche col maestro, che inutilmente cercherà di farti arrivare il suo messaggio, il suo suggerimento: bisogna lavorarci prima, in allenamento, in modo da riconoscere subito quella sensazione, e… alzare lo sguardo!

 

La fiducia.

La fiducia non te la puoi prendere: te la devono dare, e te la danno se te la sei guadagnata.

Inizialmente ti è data per il tuo ruolo: sei il maestro, quindi devi saperne di più. Ma se perdi la calma, non ti immedesimi nelle difficoltà, sei sarcastico perché non hai soluzioni, alzi la voce a sproposito, sbagli spesso i consigli da fondo pedana, tanto la colpa è sempre di chi non ti capisce, ti gonfi come un tacchino e fingi di essere quel che non sei, di sapere quel che non sai… il capitale iniziale si dissipa in fretta, e ricostituirlo è molto più difficile.

Provo a pescare dalla memoria. Non mi è facile, e anche questo fa parte del mio modo di essere. Forse sono meno condizionato dal passato perché ci penso pochissimo, e questo mi aiuta ad essere più presente nel momento in cui serve.

Perdere la calma, dicevo. Ricordo un episodio che mi ha insegnato molto. Ero in gara, e assistevo all’assalto di un mio allievo, Antonio, uno dei primi che ho avuto, quando insegnavo alla Nedo Nadi di Salerno. Se avesse vinto quell’assalto, avrebbe preso la terza categoria di spada – allora il ranking non c’era – e sarebbe stata per me la prima volta, con un mio allievo. Ero quindi coinvolto più del solito, mentre dopo il 14 pari i doppi si susseguivano numerosi: anche la priorità e la monetina erano di là da venire. Quindi, dopo l’ennesimo doppio, con gli atleti pronti a scagliarsi di nuovo l’un contro l’altro, e io a fondo pedana carico come una molla – avrò avuto certo la febbre, in quel momento – l’arbitro dice: “Pronti?”. E io, con quanto fiato avevo in corpo: “A voi!”. Fu come se l’avesse urlato un altro, chiesi scusa, e d’improvviso mi svegliai da quella incredibile trance. Mi resi conto, una volta per tutte, che se non ero calmo e lucido io, ben poco potevo dare all’allievo. Che fortunatamente vinse lo stesso.

Ho imparato, un po’ alla volta, che l’allievo si specchia nel suo accompagnatore: se lui perde la calma, si innervosisce, questo stato d’animo si trasferisce quasi inevitabilmente anche all’atleta. Se l’arbitro sbaglia, e succede, una protesta scomposta può diventare immediatamente l’alibi per l’atleta.

Il consiglio giusto

Ci sono maestri che dicono: ti ho dato le uova, la frittata devi farla tu. In pedana ci sei tu, e non voglio renderti dipendente dai miei consigli. Un po’ giusto, e un po’ sbagliato, secondo me. La verità forse sta nel mezzo: anche questa continua ricerca del giusto mezzo, dell’equilibrio fra le varie esigenze, fa parte del mio carattere. Certo è che un consiglio dato a fondo pedana deve essere essenziale, rapido, direi anche espressivo. Quanti ne ho sentiti, di quelli proprio sbagliati, o nella migliore delle ipotesi inutili! È vero, a volte la semplice presenza, sapere che il maestro è lì che ci segue può dare qualche conforto. È come dire “Forza! Coraggio! Tieni duro!”, un sostegno morale che può dare anche l’amico, o la mamma…

A volte capita di assistere a scene un po’ comiche. Ricordo quella maestra che approfittava di ogni pausa e con fare furtivo passava da un lato all’altro della pedana, e arrivata all’altezza del suo allievo mormorava “La punta!”, o “La misura!”. Oppure quell’altro che mandò in totale confusione il suo allievo, che tirava contro il mio, urlandogli ossessivamente “Aspettalo! Non farlo attaccare!”. O quell’altro ancora, che litigava per tutto il tempo col suo allievo – mentre tirava! – e l’arbitro lasciava fare.

Sarà capitato anche a me di commettere errori del genere, non ne dubito: ma gli errori degli altri sono sempre quelli più evidenti. Insegnano qualcosa. Qui mi piace raccontare invece di quelle volte che ho trovato il tasto giusto, risolvendo situazioni apparentemente senza uscita. Poi proveremo a tirarne fuori una morale.

Ancora nei primi anni della mia storia da maestro di scherma mi trovavo a Venezia, per una prova del campionato italiano dei giovanetti di spada. Vedo uno dei miei, Antonio, seduto con la schiena curva, un quadretto di desolazione e pessimismo.

Cosa ti è successo? Gli chiedo.

Hanno pubblicato il tabellone della diretta, dice, e devo tirare contro quello là (un atleta che era già allora considerato molto bravo, e divenne famoso in seguito).

E allora?

L’ho già incontrato in girone. Mi ha dato un cinque a zero, e non ci ho capito niente…

L’assalto non l’avevo visto, e consigli tecnici non potevo dargliene. Pensai allora di metterla sul piano emotivo.

E allora cosa fai? Parti già battuto? Prova a immaginare, tu per la strada con la tua ragazza, e lui, più alto e forte di te, la prende sotto braccio, ti scosta di lato, ti fa segno di cambiare aria… Tu che fai? Te ne vai o lotti?

Il quadro che gli avevo fatto era un po’ più dettagliato di questa sintesi, e intanto osservavo le sue reazioni. La schiena si risollevava, l’indignazione si faceva strada, lo spirito combattivo riprendeva quota. A questo punto, il consiglio:

Lui ti ha battuto facile, e si aspetta di fare il bis. Resisti in ogni modo, prendi tempo, non dargli facilmente misura, vai al doppio. Se riesci ad arrivare al cinque pari, sarà lui a crollare.

E così fu. Allora c’erano i ripescaggi, e i due si ritrovarono in finale. La vittoria netta del mio, nell’assalto diretto, fu quasi una pratica burocratica. Eppure, nulla era cambiato nella tecnica dell’uno e dell’altro. Cos’era cambiato? Emozione, motivazione, fiducia. Mente e cuore fanno la differenza, se non sei proprio carente nel fisico, nella tecnica e nella tattica.

Mi viene in mente un altro episodio in cui la parte emozionale è stata la più importante. Assalto finale per la vittoria, in un campionato italiano giovani di spada. Di fronte a Maddalena, la mia allieva, c’è una spadista che poi sarebbe stata in nazionale per anni, con notevoli successi. Madda parte in vantaggio, e conduce nettamente per tutta la prima frazione. Poi, inspiegabilmente, si spegne. Pare quasi che voglia passare vittoria. Ci salva la seconda pausa.

“Cosa ti succede? Le dico”.

“Non merito di vincere. Non mi sono impegnata per tutto l’anno, e ora mi sembra quasi di rubare”.

Questo dialogo avveniva col presidente della Fis seduto di fianco.

Le dico, fissandola con aria di rimprovero: “E io qui che ci sono venuto a fare? Se non avevi voglia di tirare, non dovevi neanche venirci, a questa gara. Stai mancando di rispetto a tutti, a me, alle avversarie che hai eliminato, alla tua avversaria per il titolo, che non gradirà certo una vittoria ottenuta in questo modo”.

Pochi secondi per digerire il colpo. Ci guardiamo di nuovo negli occhi. Ha recepito. In fondo, era quello che voleva sentirsi dire.

“Ora vai, e ribaltala!”

E così avvenne, in meno di un minuto. Campionessa italiana. La tecnica e la tattica non le sfiorammo neppure.

L’importanza delle parole

Ci sono tanti modi di usare il linguaggio, le parole. Riconosco l’efficacia di modi diametralmente opposti al mio, e provo spesso a servirmene. Faccio fatica, e provo a spiegarne il perché.

Mi piace il linguaggio logico, chiaro, e nello stesso tempo semplice. So che i miei scritti e discorsi sono apprezzati per questo, e devo dire che questo modo di esprimermi funziona. Tuttavia, ho avuto a che fare con bravissimi maestri che usavano un linguaggio completamente diverso: a me pareva fumoso, elusivo, forse privo di contenuto reale. Eppure funzionava anche quello. Ci ho messo un bel po’ a capire perché, e credo di esserci riuscito.

Intanto devo dire che quei maestri – uno certamente, un altro molto probabilmente – erano dislessici. Non lo facevano apposta, insomma, eppure riuscivano a comunicare una loro visione delle cose non ortodossa, e perciò in certi punti geniale. Mi perdonino i loro ottimi allievi. Per questa loro ‘carenza’ non hanno lasciato niente, o molto poco, di scritti relativi alla tecnica. Voglio dire, di cose scritte in modo che tu le leggi, e poi puoi provare a fare come hanno fatto loro. E magari riuscirci.

Ricordo, di entrambi, le domande che restavano sospese nell’aria, quando l’atleta si voltava aspettando un consiglio: “E allora? E quindi?”

Se ponevi una domanda, la risposta che desideravi non arrivava mai, se non sotto forma di un nuovo quesito. La risposta dovevi trovarla tu. Quello “e allora?” rimaneva sospeso nella tua testa, e tu trovavi la tua risposta. Magari diversa da quella che trovava un altro. Ma era la tua, e l’effetto voluto era proprio quello, indurti a cercare. Poco o niente di preconfezionato. Un sistema che non va bene per costruire una macchina, o per scrivere un manuale tecnico, ma per le persone sì, perché attiva le risposte che forse, e sottolineo forse, hai già dentro.

Con questo sistema io mi trovo a disagio, e sono in numerosa compagnia. Ma i risultati non si discutono, anche se non possono ridursi a questo.

Per conto mio, ero mosso da un altro desiderio. Volevo fare il ricercatore, e ho portato questa mia attitudine anche nella scherma. Le risposte che desideravo e ancora desidero devono essere chiare e nette. Sotto sotto, spero che anche i miei allievi apprezzino questo stile, come l’ho apprezzato io.

Anche nel dare suggestioni, preferisco il metodo diretto. Eppure la tattica, come la intendo io, dovrebbe suggerirmi talvolta il contrario. Ho ancora molto da imparare.

Parla positivo!

Una vecchia storiella, sempre valida, racconta di un apprendista alchimista, convinto che il suo maestro avesse scoperto il segreto della pietra filosofale, per tramutare il piombo in oro. Ogni giorno perciò lo angustiava, lo tormentava, lo supplicava, sperando di farsi confidare il segreto. Alla fine il maestro capitolò, e gli spiegò una procedura complicata per ottenere il risultato. L’apprendista, felice, stava per congedarsi, quando il maestro gli disse: “Dimenticavo. È assolutamente necessario che durante tutto il procedimento tu non pensi mai ad un cavallo bianco”. Cavallo che diventò da allora l’ossessione del povero assistente, condannato al fallimento da quel diabolico suggerimento.

Morale: il nostro cervello non lavora in negativo. Non lo sa fare, o l’operazione lo rallenta. Se nel corso di un assalto dite all’allievo: “Non parare quarta!”, non meravigliatevi se subito dopo parerà proprio la quarta. Ditegli cosa deve fare (“Para terza!”) e non cosa non deve fare. Soprattutto se il tempo è poco, e la reazione deve essere immediata. Abolite, perciò, anche le frasi sciocche come “Non devi avere paura!”. Ditegli invece di essere coraggioso, come ha dimostrato di essere in altre occasioni, o come il suo eroe preferito.

Più utile ancora è imparare a ristrutturare la sua paura, la sua emozione invalidante. L’avrò fatto molte volte. Viene da te, lui o lei, subito prima di una gara, e ti dice che ha paura. Caga, come dite qui: se la fa addosso. Si aspetta qualche parola di conforto, o la solita frase sciocca di cui sopra. Prova invece a dirgli: “Molto bene! Sarei preoccupato se tu non ne avessi. Tutti hanno paura, prima di un confronto difficile. La differenza è solo nel modo di gestirla.” E giù qualche esempio, personale o no, di quella volta che… e poi qualche suggerimento, ad esempio sulla respirazione, sulla postura, e infine la suggestione: “Vai, tirerai bene, vedrai” o il comando paradossale: “Voglio che vinci quest’assalto. È un ordine!”. Che significa che io credo in te, quindi puoi farcela.

Il bastone e la carota

Qualche metaforica bastonata a volte ci vuole, può dare la scossa risolutiva. Mi pare però che troppo spesso si preferisca il rimprovero: trovare quel che non va, e portare i riflettori su quello. Se le cose non si bilanciano, non meravigliamoci se poi l’atleta perde la fiducia in sé stesso.

Il rimprovero colpevolizza. Se c’è un errore, si può correggere. Ma se quello sbagliato sei tu, c’è poco da fare.

Prima di tirare la bastonate di cui sopra, bisognerà rinforzare per bene le spalle di chi dovrà riceverle. Spalle robuste sta per fiducia in sé stessi. Come farla crescere? Credo che il modo migliore stia nel valorizzare il buono che c’è. Anche il più sfigato (prendo in prestito da te questa parola) degli allievi, fra le tante cose che non sa fare, ne avrà una che saprà far bene, o benino. Su quella bisogna puntare i fari, apprezzando e lodando. Abituato com’è a sentirsi rimproverare, una lode, ma anche più d’una, gli faranno venir voglia di impegnarsi, di guadagnarne altre. L’autostima crescerà, e tanto. Se anche non diventerà un campione, e non è detto che non lo diventi, ne verrà fuori una persona più soddisfatta di sé.

Ricordo un Matteo sciabolatore. Tirava certe legnate… il pollice della mia destra disastrata ne soffre ancora. La finezza del gesto sembrava proprio non fare per lui. La buona volontà però c’era. Lo mettemmo ad arbitrare, era bravo, gli piacque. Arbitrando capì meglio quel che faceva, e migliorò tantissimo, fino a entrare in una finale nazionale dei giovani. Oggi è medico chirurgo. Forse la scherma gli ha dato una mano, in tutti i sensi.

C’era poi Alice, che le gare proprio non voleva farle. Temeva il confronto, la sconfitta. Aveva di sé un’immagine poco combattiva. Alla prima occasione in cui tirò fuori un minimo di combattività, in pedana, presi a lodare quel che ancora non aveva, e la soprannominai “Alice mannara”. Mi ero ispirato al lupo mannaro di quando ero bambino io. Le piacque, pian piano entrò nel personaggio. Lei non immagina quanto fui contento vedendola salire sul primo gradino del podio in una gara importante.

Respira, e mettiti in testa una corona

Far crescere l’autostima… una parola! Ma bisogna passare ai fatti. Dalla teoria alla pratica.

Ho fatto una piccola esperienza nel Judo, e anche quando sono passato alla scherma – ero ormai all’Università – ho mantenuto un notevole interesse per le discipline marziali orientali. Qualcosa ho trasferito anche nel mio sport, e forse la più importante di queste è l’attenzione per il respiro. Non mi sono contentato di leggere teorie: ho cambiato il mio modo di respirare, partendo dal diaframma, e ne ho guadagnato in salute, autocontrollo, e in altri campi. Logico, quindi cercare di trasferire questa abilità agli allievi. Devo dire che funziona: la consapevolezza del respiro porta a comprendere come gli stati d’animo gli siano strettamente collegati. Cambi uno, cambiano gli altri, e funziona anche al contrario. Il respiro va da solo, non ha bisogno della tua attenzione per fare il suo lavoro. Se ci pensi, basta questo ad alterarlo. Se lo modifichi, cambia anche il tuo stato d’animo. Vale davvero la pena di lavorarci.

Qui al nord, ho constatato, tirar fuori la voce è più difficile: si è abituati a considerarlo un atto di maleducazione. Eppure, in tutte le arti marziali, l’efficacia del gesto è potenziata dall’emissione della voce: che deve partire dal basso: il diaframma, ancora una volta. Con l’urlo si sblocca, e ci si sblocca, si butta fuori l’aria viziata dal fondo dei polmoni (perdona l’approssimazione, ma rende l’idea) ed entra aria nuova e rivitalizzante.

È molto più produttivo dar da fare qualcosa, piuttosto che dar da pensare. A volte le due cose funzionano bene insieme. Dico spesso agli allievi di stare con la schiena dritta, ma mi accorgo che spesso non basta. Allora ricorro alle metafore. Ti racconto la mia preferita.

Capita spesso di vedere un atleta, dopo un assalto finito male, seduto con la schiena curva, e lo sguardo nel vuoto… l’atteggiamento del perdente, non solo di chi ha perso. Allora proviamo a cambiare le cose. Gli dico:

“Guardati intorno, vedi la sala, cose e persone. Immagina che tutto questo sia tuo. Tu sei il re (o la regina d’Inghilterra, al femminile…) ed entri in questo spazio, dove ci sono i tuoi sudditi, le tue proprietà. Ti alzi e cammini, con la corona sulla testa: come lo fai? Com’è il tuo sguardo, come respiri, che posizione assumono la tua testa, la tua spina dorsale?”

Vedo che incomincia a pensarci, l’idea gli piace, il suo atteggiamento si modifica. Gli dico di prendere la corona e mettersela in testa, e fare ‘come se’, tutte le volte che si sente un po’ giù. Sorride.

In seguito, basterà incrociare il suo sguardo, accennare appena al gesto di mettersi in testa la corona, e qualcosa dentro di lui cambierà.

Genitori intelligenti

I genitori sono indispensabili, non occorre dimostrarlo. Quando se ne parla, pare che siano solo dei gran rompiscatole. Qualche volta è anche vero, ma con quello che investono di tempo e denaro, avranno pure il diritto di essere i tifosi dei loro figli! Dobbiamo averli come alleati, e non vederli solo come ostacoli. Eppure, giornate di lavoro possono essere vanificate da un commento malevolo, da una semplice alzata di sopracciglio, da un incoraggiamento, nelle intenzioni, che si rivela distruttivo e ansiogeno. Bisogna lavorare anche su di loro, e non sempre si ottiene il risultato voluto.

Quando insegnavo a Salerno c’era un giovanissimo mancino, molto bravo, con un papà invadente e molto negativo sul morale del figlio: che si sentiva obbligato al risultato, per non deluderlo, per non parlare delle discussioni a casa, di cui mi arrivava poi l’eco. Al campionato italiano dei Giovanissimi di quell’anno, a Roma, il papà riuscì a fare del suo peggio. Mi viene a chiamare, mentre seguivo altri atleti. Mi dice che il figlio, nel girone a sei di semifinale che portava alla finale, aveva già un piede fuori, con due sconfitte. Mi implora di aiutarlo: sapevamo entrambi che un ottimo risultato era alla sua portata, ma ormai era sull’orlo dell’eliminazione. Gli rispondo a muso duro che l’avrei aiutato, a condizione che lui andasse fuori dalla sala, lontano dalla vista del figlio. Cede. Si allontana. Il figlio fa le tre vittorie che servono, e passa. Poi, io partii per Busto, e lui riprese il controllo della situazione. Non aveva capito la lezione, e il figlio ne pagò le conseguenze.

A Busto Arsizio le cose andarono meglio. Il papà tifoso di Sara la incitava, strillava, e più lui si agitava, più lei si chiudeva, abbassava lo sguardo, e rendeva meno di quanto avrebbe potuto. Un giorno dovevamo andare ai campionati che davano i titoli italiani di terza e quarta categoria di fioretto. Col padre avevo stretto amicizia, e così decisi di chiedergli di restare a casa, per la prima volta. Non gli fece piacere, discutemmo, e alla fine acconsentì. La figlia vinse il titolo delle quarta categoria. Forse anche la fortuna ci mise la mano, ma il dato era indiscutibile. Il padre incassò il colpo, e mi disse che non sarebbe più venuto alle gare di scherma se prima non fosse stato sicuro di potersi controllare. E lo fece!

La notte prima degli esami

Rubo il titolo di un noto film, perché anche noi abbiamo gli esami, e il giorno prima della gara può essere molto importante. Una serata serena, a tavola, mangiando bene e chiacchierando allegramente, allontana o attenua l’ansia. Scherzi bonari, barzellette, giochini di prestigio, tutto fa brodo. Ma non tutto va bene per tutti. I problemi di logica, i giochini, gli indovinelli, mi sono sempre piaciuti, e li ho spesso proposti ai miei ragazzi. Sono uno stimolo potente a ragionare, a trovare da sé le soluzioni ai problemi. Anche l’origami rientra in questa categoria. Oggetti facili da fare, e da regalare, che portano con sé la meraviglia nascosta nella magia delle pieghe di un semplice ed umile foglio di carta. Una metafora, forse, di quel che si può estrarre anche dalle persone, da quelle che non ti aspetteresti…

Ho avuto atleti diversissimi fra loro, per caratteristiche fisiche e psichiche. Atleti a volte piccoli, secondo alcuni troppo piccoli per emergere. E invece ce l’hanno fatta. La scherma non accetta modelli preconfezionati: il fantino deve essere piccolo, come il ginnasta, mentre il cestista deve essere alto. Il pugile deve essere robusto, e per lui ci sono le categorie di peso, che nella scherma non ci sono. Altri fattori contano di più, e bisogna farli emergere. Il maestro Perone mi disse un giorno di non trascurare nessuno: aveva visto fiorire il campione in persone da cui proprio non se lo aspettava.

È capitato spesso anche a me. Magari non proprio un campione, ma un atleta capace di risultati che non avrei preconizzato. Altri, invece, mostravano talento da subito. Matteo era uno di questi.

Lo ricordo il giorno prima della sua vittoria ai mondiali giovanili di fioretto, a Genova. Un atleta fortemente emotivo, che però nascondeva bene questo suo problema. L’avevamo preparato anche ai possibili errori arbitrali, girandogli di proposito le botte, sino a farlo arrabbiare, per poi rivelargli lo scherzo, e fargli capire che poteva e doveva controllarsi. Se ne ricordò in finale, quando un arbitro stava per farlo deragliare, e seppe rientrare nei binari giusti. Ma il fatto determinante, secondo me, avvenne il giorno prima. Qualcuno era entrato nel locale in cui gli atleti tenevano le sacche, e aveva fatto danni. Matteo aveva qualche responsabilità. Subì un pesante “cazziatone” dal CT Attilio Fini, che temeva moltissimo, e fu messo di guardia al locale. La paura del CT scacciò quella della gara imminente. Pensai che il giorno dopo avrebbe tirato benissimo, e così fu.

Ricordo un altro episodio in cui le scelte fatte ebbero successo, con un decisivo aiuto di Madama Fortuna. Daniele era un altro atleta di piccola taglia, ma volitivo e talentuoso, che oggi porta al collo la sua medaglia olimpica. Doveva partecipare ai suoi campionati di terza categoria di fioretto, ma lo convinsi a partecipare, due giorni prima, anche al campionato di sciabola: aveva qualche problema di gestione della misura, e pensavo che la gara di sciabola lo avrebbe aiutato. Arrivò terzo, mi pare, ma successero un paio di cose che mi disturbarono molto. La prima fu che un maestro che mi era molto caro, e che amava soprattutto il fioretto, disse ai genitori che fargli fare la sciabola era deleterio. I genitori vennero a dirmelo, e mi arrabbiai: se avevano più fiducia in un altro maestro, dissi, si regolassero di conseguenza. A complicare le cose, Daniele si procurò una distorsione alla caviglia. Tornò a casa, e si ripresentò con la caviglia fasciata, due giorni dopo, per la gara di fioretto. Iniziò male, e già pensavo che mi avrebbero rinfacciato la scelta sbagliata… Poi, l’assalto incredibile e decisivo. La diretta era allora a dieci botte. Daniele perdeva malamente, era ad una stoccata dalla sconfitta, con uno svantaggio abissale. Passò Madama Fortuna, qualcosa scattò dentro di lui, chissà. Rimontò, stoccata dopo stoccata, e vinse l’assalto. Il resto della gara fu una passeggiata, e vinse quel titolo. Mi era andata bene.

 I consigli tecnici

Abbiamo parlato sin qui soprattutto di motivazione, di emozioni, di consigli risolutivi – solo a volte, purtroppo – per dare una spinta, rimuovere un blocco. La parte emozionale c’è sempre, anche parlando di tecnica o tattica, e non puoi eluderla. Ma a volte serve proprio il consiglio tecnico, la soluzione che l’atleta in pedana in quel momento non vede, non riesce a trovare da solo. A volte hai un attimo, l’atleta che si volta verso di te, cosa puoi dargli, cosa puoi dirgli? Si specchierà in te, per cui dovrai mantenere la calma, pur mostrandoti partecipe. Un gesto vale più delle parole: un gesto noto, fatto chissà quante volte in allenamento. I palmi delle mani che si avvicinano, o si allontanano a dirgli di cercare una misura diversa. La mano che va verso il basso, a chiedere di rallentare il ritmo, o verso l’alto, a chiedere di alzarlo. O a mimare una specifica parata, un arresto, indicare una zona della pedana dove attestarsi, l’orologio per far passare il tempo o tentare il recupero. Urlare non serve, sotto la maschera è difficile capire, e le frasi lunghe sono assolutamente da evitare: servono a calmare le tue ansie, non le sue, che così ingigantiscono.

Non bisogna dimenticare, poi, che l’atleta ti volge le spalle, mentre il suo avversario è di fronte. I più furbi sono molto attenti a carpire il suggerimento e a predisporre la contraria.

Altre volte hai un po’ più di tempo, dovrai sfruttarlo al meglio. A volte dovrai superare le resistenze di chi cerca un alibi, e si mette assurdamente a discutere, sprecando energie preziose: meglio affrontare per tempo queste possibilità, parlarne prima, lontano dalla gara. C’è arma ed arma, e c’è anche chi i consigli non li gradisce. Giusto così, c’è maggiore autonomia, le analisi le faremo poi.

Quando i consigli sono graditi, e quindi riesci a darli, non gesticolare troppo: l’avversario, e il suo accompagnatore, potrebbero capire tutto, e approfittarne. L’ho fatto anch’io.

Ricordo molti episodi in cui il consiglio tecnico è stato determinante. Il più caro di questi ricordi è legato a un titolo italiano assoluto, ancora una volta di spada femminile. Serena, la mia allieva, sta perdendo l’assalto per le prime otto, contro la campionessa italiana uscente. È sotto di due botte, la situazione è difficile, per il poco tempo rimasto e per l’esperienza della sua avversaria: capisco che avrebbe logicamente cercato il colpo doppio. Punto su quello. In pochi secondi spiego a Serena, attentissima, una botta mai provata prima di allora in lezione. Un controtempo in frecciata con finta alla maschera e parata di seconda, risposta al distacco sopra. La finta dovrà essere decisa e arrivare sin quasi sul bersaglio. E la botta riesce, due, tre volte. È finale, sarà titolo italiano. Quella botta, imparata solo visualizzandola, senza poterla provare, resterà la sua preferita. Qui c’è la tecnica, c’è la tattica, c’è l’intensità e l’emozione del momento: la componente emotiva favorisce un apprendimento istantaneo e duraturo. Il suggerimento deve però essere deciso, sicuro, senza forse: deve passare l’idea che ce la farà. Fallo e ci riuscirai! Puoi! Io credo in te!

Saper leggere

Dare un buon consiglio è possibile se hai saputo leggere la situazione, che ha i suoi presupposti – la storia precedente – e i suoi attori, l’allievo e i suoi avversari.

Leggere le persone, come ho già detto, richiede la tua disponibilità, la tua massima attenzione, e un bel po’ di cose che dovrai continuare ad imparare per tutta la vita.

Un po’ meno difficile è leggere l’assalto, comprenderne le fasi, i cambiamenti, e quella parte che precede l’azione risolutiva, e chiamiamo genericamente preparazione: senza che nessuno si sia mai preso la briga di definirla per bene, fissandone i motivi e i confini. Sarà per questo che quando ci si confronta, fra due esperti del settore, si scopre che ognuno ha visto un film diverso, per cui ne usciranno due consigli a volte molto differenti, a volte opposti. Perciò non si può seguirli entrambi, ed è bene che a fondo pedana ci sia una sola persona a suggerire. Il suggerimento potrà anche essere sbagliato, ma la fiducia conta di più. Ammesso che l’allievo abbia la capacità di accoglierlo, quel suggerimento… Del resto, che ci andiamo a fare quando accompagniamo? Se non ci sei, verranno a dirti che “gli altri” avevano “tutti” il maestro a fondo pedana. Se ci sei, devi avere anche la fortuna di trovare l’interruttore giusto, al momento giusto.

Questa me la raccontò Marco, e te la passo così: gara a squadre, stiamo perdendo contro l’altra squadra, non ti dico di quale città. Arriva il maestro degli avversari, e subito interviene pesantemente, seminando nervosismo a palate. “Meno male che è arrivato”, pensa Marco, e infatti di quel nervosismo i nostri riescono ad approfittare per bene, e a vincere. Paradossale, vero? Non sempre l’eccesso di pressione fa bene alla salute della squadra.

Ci sono anche casi in cui la tua presenza è necessaria, indispensabile, salvifica. Te ne rendi conto dall’atteggiamento dei genitori.

Eravamo a Napoli, credo l’anno dello scudetto di Maradona, ed era in partenza la gara di fioretto. Marina, che aveva la gara di spada il giorno dopo, o il pomeriggio, non ricordo, era in arrivo all’aeroporto. Bisognava andare a prenderla. Chiedo al papà di Daniele, che doveva tirare, di prendere la mia auto e andare a Capodichino. “Fossi matto!” mi risponde. “Guidare a Napoli, oggi poi, con il caos che c’è per le strade. Neanche per sogno!”. “Bene”, gli dico. “Vorrà dire che a prendere Marina ci vado io, e tuo figlio te lo segui tu.”

Panico, mia moglie si offre di fargli da guida, cede. Io resto. Quando rientra, con Marina, sembra l’eroe dei due mondi. Se l’è cavata benissimo, e si è anche divertito a ignorare i semafori rossi che si potevano ignorare – ci pensava Anna ad indicarglieli – e a rispettare gli altri. Ce la siamo raccontata per mesi, quest’avventura. Ero così necessario a fondo pedana?

Roma, Gran Premio Giovanissimi. Andrea si gioca il titolo italiano contro un padovano, che abusa del finto tempo comune, per mandarti a vuoto e riprendere. Gli dico di fare un passo in più: invece di un solo passo avanti e affondo, due passi senza esitazione e poi la botta. Tocca, l’altro non cambia, ripete e vince. Il maestro dell’altro viene a fare le congratulazioni d’uso. “Però, gli hai dato tutti consigli giusti!”, mi dice. Lo guardo storto…

Dire e dimostrare

Parlar semplice e chiaro è certamente importante, ma spesso l’esempio lo è di più. Chiedere un movimento ben fatto, e mostrarlo male, non è precisamente quel che ci vuole. Se non lo si sa fare nel modo giusto, meglio servirsi dell’esempio di un atleta più bravo.

Un movimento, un esercizio, un gioco, avranno successo se presentati in modo divertente, e se dimostri che si può fare: bisogna però sempre sceglierne uno che sia difficile, ma realizzabile, alla portata degli allievi. Se troppo facile annoia, se troppo difficile scoraggia.

Inserire la competizione dove si può è uno stimolo potente per tutto il gruppo. Competizione con gli altri, oppure con sé stessi: la ricerca del record personale. Qualche piccolo trucco può aiutare.

Ti ho già detto della grande importanza che do al respiro. Si può lavorare sulla lenta e prolungata emissione di fiato, o sull’apnea, facilmente misurabile col cronometro.

Ricordo Giorgia, che dopo trenta secondi non ce la faceva più a trattenere il respiro, sembrava il suo limite invalicabile. Decisi allora di imbrogliarla. Contavo il tempo, col cronometro in mano, ogni cinque secondi. Incominciai a barare, e dicevo cinque quando in realtà erano dieci. Arrivò a trenta, e prese di nuovo il fiato, convinta di essere arrivata al solito limite: Le feci vedere il cronometro, che segnava circa un minuto. Sgranò gli occhi, provò da sola, e poco dopo il suo record era salito quasi a un minuto e mezzo!

Fra i tanti giochi ideati o adattati alle esigenze della scherma, quelli sui riflessi e quelli sul tempo sono tra i miei preferiti. Saper prendere un guanto prima che l’altro lo tolga, specialmente se tu sei avanti negli anni e l’allievo giovane e veloce, ti permette di far capire tanti dettagli essenziali, e con divertimento: l’apprendimento migliora enormemente in un clima di tensione ed emozione positiva.

Gli esercizi sulla scelta di tempo – pensa a quelli con la corda che hai fatto tante volte anche tu – richiedono attenzione e concentrazione totale. Per me sono fantastici! Insegnarli anche ai ragazzi non vedenti, Laura e Alessandro, è un vero piacere. Prendono il tempo sentendo il rumore, e chi li vede resta sbalordito.

Questi esercizi, insieme a tanti altri, introducono agli aspetti più fini della scherma, rompono la monotonia delle serie ripetute, accrescono le tue capacità, e… sono molto divertenti!

 

Gruppi, pause e silenzi

Prima di parlare della lezione individuale, qualcosa sui gruppi: gambe scherma, esercizi collettivi, riunioni per fare il punto della situazione, e così via.

Se sei tu che conduci, devi avere l’attenzione di tutti. Se anche uno solo si fa i fatti suoi, o si mette a parlare col vicino mentre parli tu, la cosa peggiore che puoi fare è alterarti, alzare la voce, rimproverare: la simpatia di molti altri si sposterà verso l’aggredito, e l’atmosfera non sarà più quella giusta.

Ho trovato che il mio improvviso silenzio, magari accompagnato da un sorriso, e da uno sguardo diretto verso il disturbatore, funziona molto meglio. Sentendosi al centro dell’attenzione, e individuato come elemento di disturbo, cambierà subito atteggiamento. Una battuta spiritosa, ma non sarcastica, romperà la tensione. Si ride insieme, si riparte, ci si sente gruppo.

La ginnastica si fa spesso in gruppo. Quando fai i circuiti, in cui ognuno esegue esercizi diversi, i ragazzi devono già essere capaci di una certa autonomia, e tu dovrai dividere equamente la tua attenzione, passando rapidamente dall’uno all’altro. Quando poi passi a quella che ormai tutti chiamano “gambe scherma”, tutti di fronte a te, e tu a dirigere l’orchestra, hai una magnifica occasione per imparare l’importanza delle pause, dei gesti, dei tempi. Anche dello sguardo: dovranno sentire che li guardi tutti, che hai attenzione per ciascuno di loro. Le correzioni dovranno essere rapidissime, un gesto, un’occhiataccia, uno sguardo di approvazione con un cenno della testa. E le pause.

Quando vedo guidare gli esercizi di gambe scherma con movimenti senza soluzione di continuità, senza pause, vedo anche un gruppo che facilmente si sfalda, perde sincronismo. Passo avanti. Stop. Due passi indietro. Stop. Due passi avanti e affondo. Stop. Flèche dall’affondo. Stop. Riposo, sciogliere. Le gambe lavorano, c’è il tempo di controllare e sentire il proprio movimento. Il maestro non parla, guida con i gesti e con gli occhi. Il gruppo funziona come un’unità, ed è un piacere guardarlo, e sentirsene parte.

Quando questo modo di fare è stato assimilato, toccherà a loro guidare il gruppo, a turno. Cose facili, all’inizio. Leggete negli occhi dei più piccoli, o dei meno bravi, la soddisfazione e l’orgoglio di aver guidato tante persone.

E infine, gli esercizi a coppie, con l’arma. I fioretti di plastica hanno risolto il problema della sicurezza e della paura del dolore. Non ci si fa male, non occorrono grandi protezioni. Ma bisogna saper dare il ferro, e per certe azioni è difficile. Gli errori possono essere frustranti. Con gli adulti puoi dare spiegazioni più dettagliate, con i più piccoli devi cercare la semplicità. Continuo a meravigliarmi di come si trasformi una persona, anche molto giovane, se le affidi una responsabilità. “Tu sei bravo a fare questa cosa. Ora insegnala a lui, che ancora non la sa fare”. E quella che sembrava un’operazione noiosa si trasforma in un compito assolto con scrupolo “professionale”. Se puoi insegnare a qualcun altro vuol dire che sei bravo, la tua autostima prende il volo.

La lezione, non solo scherma

Infine, la lezione: ci siamo arrivati. Impari la tecnica, la affini, puoi risolvere dubbi, trovarti di fronte a difficoltà calibrate sulle tue capacità. Purtroppo nelle sale bisogna far anche quadrare i conti, e ci si concentra maggiormente sugli allievi più bravi. La formazione iniziale è invece la più importante. Quando l’atleta ha raggiunto una certa autonomia, certe cose le può sviluppare anche da solo, durante gli assalti: gli interventi del maestro possono diradarsi. Servono per la messa a punto. I fondamentali, devi impararli prima.

È pur vero che i bisogni sono diversi, e spesso sono di natura psicologica. C’è chi si sente bene se può fare lezione tutti i giorni, anche se non riceve nulla di nuovo. C’è chi non sente di averne bisogno: sono gli schermidori meno meccanici, più “di testa”, si affinano al fuoco della pedana. Sono stato uno di quelli. E c’è chi – non solo i genitori – pesa il tempo che hai dedicato alla lezione di questo o di quello, come se fosse dal droghiere. Invece sei dal medico, una specie di medico: non ci sono medicine uguali per tutti. Però l’attenzione la vuoi. Entri che ti senti malato, esci che ti senti guarito, ed hai avuto solo parole, e attenzione.

Dunque, l’allievo ti si pone di fronte, ti saluta, si mette in guardia. Tu lo fermi, ti avvicini e gli chiedi: “Cosa vuoi fare oggi?”. Se la risposta è: “Boh, non so, quello che vuoi tu”, siamo partiti male. Io lo so cosa ti serve, ma voglio anche le tue domande. Devi essere curioso, aver sete, pormi questioni specifiche. C’è questo avversario che non so come affrontare, questa botta che non riesco a parare. E allora descrivimela! Il solo fatto di doverla descrivere costringe l’allievo a utilizzare con proprietà i termini della scherma, ad articolare un ragionamento, a ricordare.

Tommy stava tirando in allenamento, bravo, velocissimo, io lo guardavo. Prende una botta, si rimette in guardia. Ne prende subito dopo un’altra uguale, e poi un’altra ancora. Ma lui non cambia. Fermo l’assalto e chiedo: “Che azione ti ha fatto”. Non lo sa. Poi, per compiacermi, tira fuori delle reminiscenze che nulla hanno a che fare con quello che è successo. Non è che non sia in grado di capire. Semplicemente, non ricorda. Ha già cancellato il video di quel che è successo. Su che base potrà mai costruire una contraria?

Da quel momento, a lui e agli altri, faccio spesso quella domanda, subito dopo un colpo dato o ricevuto. Li abituo a ricordare, e a descrivere. Ci vuole tempo, ma è tempo ben speso. Poi li invito a farla loro, ogni volta, questa analisi. Anche questo tempo a bordo pedana è “lezione”, ma spesso il cliente del droghiere, quello di prima, non ne tiene conto…

Forse sono stato un tantino presuntuoso nel dire, prima, che io lo so quel che gli serve. Lo presumo, in fondo è il mio mestiere. Ma non esiste un modo, un metodo universale. Anche sulla tecnica, due maestri non riescono a mettersi d’accordo, manco fossero virologi. Ognuno segue la sua idea, convinto che sia quella giusta, o aggrappandosi a quel che ha sentito o visto fare da altri. Quel che si dice, in senso buono, “rubare il mestiere”. Anche io ho rubato qua e là, ma poi ho cercato di costruire il mio edificio, la mia teoria, la mia personale comprensione della scherma, e sono abbastanza soddisfatto del risultato. Ne ho scritto spesso, e ho la soddisfazione – a volte anche il dispiacere – di vedere che molti oggi usano il mio linguaggio, i miei concetti, e non lo sanno.

Ho osservato tanti maestri dare lezione, con metodi e risultati molto diversi, che hanno comunque creato campioni. Creato, come ci piace pensare, ma sappiamo bene che le variabili sono tante, la frittata si può girare in tanti modi, e qualche merito ce l’avrà pure l’allievo, non ti pare?

Una volta la lezione era per l’allievo come il letto di Procuste: il maestro ti modellava sulle sue misure, eri tu che dovevi adattarti alla sua idea di tecnica, al modello che lui aveva in testa.

Oggi si pensa giustamente il contrario: il maestro dovrà adattare la sua tecnica all’allievo. Cucirgli addosso un vestito su misura. Facile a dirsi. Lo sostengono anche quelli che poi fanno lezione sempre allo stesso modo. Per avvicinarsi a questo “ideale” – eccoci di nuovo al punto, il maestro dovrà migliorare la sua sensibilità e le sue conoscenze. Dovrà capire l’allievo e le sue difficoltà. Dovrà, in un certo qual modo, passami il paragone, entrare nella sua testa e vedere il mondo come lo vede lui, da dietro ai suoi occhi. Se ce li ha, gli occhi. I nostri sensi sono dominati da quello della vista. Occupandomi dei non vedenti ho dovuto sforzarmi di entrare nel loro mondo passando per sensi, i loro, che sono molto più sviluppati dei miei.

Torniamo a lui, all’allievo che si è messo in guardia, e aspetta di partire. Lui segue te, che gli dai il ferro, gli indichi la strada, e tu segui lui, attento a capire se è in sintonia fine, o grossolana. Si parla poco, si corregge quando serve, si cambiano i ritmi e la difficoltà, si loda, si incita, se si sente scarso impegno ci si ferma a capirne il perché, e allora si dialoga.

Nella vecchia sala di via Torino, sotto la scuola, ricorderai, c’era il “confessionale”. Prima che chiudessero il lato posteriore del passaggio interno, c’era una porta rossa con due gradini, e lì andavamo a sederci, per capire, per parlare… le storie che sono venute fuori! I problemi con la scuola, con i genitori, col fidanzato, con l’avversario. C’è chi mi ha detto che ero il suo secondo papà, e chi mi ha chiesto di accompagnarla sull’altare, quando si sposava. Su quel gradino, ma anche altrove – ricordo chiamate di soccorso anche in piena notte – sono passate tante storie, anche molto drammatiche, che non posso raccontare. Dovrai credermi sulla parola. Io non sono uno psicologo, ma non potevo cavarmela dicendo di rivolgersi allo specialista: che in quei tempi era visto con molta maggiore diffidenza. Il primo soccorso lo chiedevano a me, e dovevo rispondere.

Tutto questo per dire che la lezione è fatta, sì, di tecnica, tattica, allenamento alla velocità e alla resistenza, ma il valore aggiunto, il più importante, secondo me, è quel legame che si stabilisce, un po’ alla volta, fra maestro e allievo, e che funziona se alla base c’è fiducia.

Forse, non vorrei dire un’eresia, più fiducia nella persona che nella sua competenza.

 

 

 

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