Dal Futurismo alle pedane del Congo: la donazione Morpurgo al Museo della Scherma

a cura di Giancarlo Toràn

Il patrimonio dell’Agorà della Scherma si arricchisce di una nuova, affascinante testimonianza che travalica i confini della pedana per intrecciarsi con la grande storia del Novecento. Grazie al generoso contributo del prof. Carlo Morpurgo, docente di matematica all’Università del Missouri, sono entrate a far parte della collezione le armi sportive appartenute al padre Vittorio, schermidore attivo tra l’Egitto e l’Africa subsahariana, e figlio di un illustre esponente della letteratura d’avanguardia. Qui nella foto Carlo è col figlio Paul in visita al Museo, dove ha portato personalmente i cimeli appartenuti al padre.

La storia della famiglia Morpurgo è un viaggio attraverso tre continenti. Tutto ha inizio con il nonno, Nelson Morpurgo. Nato al Cairo nel 1899 da una famiglia ebraica goriziana e volontario decorato nella Grande Guerra, Nelson fu un intellettuale vulcanico. Amico personale di Filippo Tommaso Marinetti, nel 1920 fondò il “Movimento del Futurismo Egiziano”, animando la scena culturale nordafricana con serate teatrali, dibattiti e pubblicazioni per oltre un ventennio.

In questo ambiente cosmopolita crebbe il figlio Vittorio, nato al Cairo nel 1928. Si avvicinò per la prima volta alla scherma a 14 anni, e dieci anni più tardi, nel 1952, lasciò l’Egitto per trasferirsi a Léopoldville, nel Congo Belga, impiegato come contabile presso un’azienda di importazioni. Fu proprio nel cuore dell’Africa che Vittorio trovò l’occasione per alimentare la sua grande passione per la scherma. Mancino, si distinse all’interno del locale Cercle d’Escrime, incrociando il ferro in competizioni di rilievo. Le cronache sportive dell’epoca, conservate nei ritagli di stampa originali del 1957, ci restituiscono l’immagine di un tiratore assai vivace, dotato in pedana di un “tempérament du tonnerre” (un temperamento da tuono).

Vittorio rientrò definitivamente in Italia nel 1960. Oggi, in sua memoria, il figlio Carlo ha deciso di affidare al nostro museo gli strumenti di quella passione lontana.

Il fondo fisico donato comprende una panoplia in legno, su cui poggiare un corredo interamente concepito per un tiratore mancino. Tra i reperti spiccano una maschera, una sciabola e una spada con impugnatura francese. Di particolare pregio tecnico sono i due fioretti, recanti il marchio della celebre ditta Carmimari.

Questi fioretti montano un’impugnatura italiana, caratterizzata da gavigliano, ricasso e archetti di congiunzione. La documentazione fotografica digitalizzata allegata alla donazione mostra chiaramente il fioretto legato al polso tramite il tradizionale cinturino in pelle. Questo sistema consentiva una presa eccezionalmente salda, permettendo di eseguire battute sul ferro di notevole potenza. L’efficacia di questa meccanica è immortalata in un altro prezioso scatto dell’epoca, in cui si vede Vittorio mettere a segno una stoccata al fianco dell’avversario un istante dopo aver eseguito una battuta così energica da disarmarlo letteralmente.

Questi dettagli aprono una finestra sulla formazione schermistica di Vittorio e ci portano direttamente sulle pedane del Cairo degli anni Trenta. L’uso del fioretto legato al polso tradisce una solida base di matrice italiana. A quel tempo, l’insegnamento della disciplina in Egitto vedeva protagonisti due illustri fratelli italiani di origini fiorentine: Baldassarre Prucher, attivo ad Alessandria, ed Egisto Prucher, che insegnava proprio al Cairo.

Il prestigio della scherma italiana in Egitto in quegli anni era assoluto, tanto da richiamare le più celebri lame nazionali. Il grandissimo Nedo Nadi, ad esempio, si era esibito pochi anni prima (nel 1928) al Cairo proprio all’interno del palazzo reale di re Fu’ad – un evento di cui conserviamo una splendida immagine che lo ritrae pronto a incrociare il ferro. I legami del fuoriclasse livornese con i maestri in terra egiziana erano d’altronde ben saldi: nel suo celebre volume “Con la maschera e senza”, Nadi dedicò un gustoso articolo proprio a Baldassarre Prucher, testimoniando la vitalità e il blasone di quella comunità magistrale all’estero.

Dal canto suo, anche Egisto Prucher era una figura di spicco: schermidore olimpico ad Atene nel 1906, ricopriva al Cairo il prestigioso incarico di Maestro della Guardia Reale Egiziana. È pertanto altamente probabile che sia stato proprio lui, o uno dei suoi allievi cresciuti nel solco della tradizione toscana, a forgiare il temperamento e la tecnica del giovane Vittorio Morpurgo, prima che questi portasse lo stile della scuola italiana nel cuore dell’Africa.

Questa donazione non rappresenta soltanto l’acquisizione e conservazione di un altro frammento di memoria schermistica (a che servirebbe altrimenti un museo?), ma ci ricorda come la scherma sia stata, anche nelle latitudini più lontane, un potente elemento di aggregazione e un filo conduttore inestimabile nelle vite di chi l’ha amata.

In questa foto Vittorio Morpurgo è il terzo in prima fila da sinistra, con la mano destra sotto al mento

Vittorio Morpurgo al centro, in prima fila, con la maschera sottobraccio e il fioretto italiano

Vittorio Morpurgo, in tenuta da schermidore, è il primo da destra

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